“Mia nonna d’Armenia”, un genocidio che non ha tempo

Quali sono stati i genocidi peggiori della storia? La risposta è che non ne esistono di peggiori o di migliori, esistono semplicemente le vittime e le loro famiglie, private dal dolore di perdite ingiustificate e crudeli. Tuttavia, possiamo porci una domanda: tra le vittime, che camminano a pari passo, ugualmente importanti, ne esistono alcune che non si riprenderanno mai dall’orrore? Sì. E questi sono proprio i bambini. Bambini che crescono e diventano ragazzi, che, pur non conoscendo ancora l’atrocità di una storia di famiglia, in realtà l’hanno sempre saputa.

Il genocidio perpetrato dall’impero ottomano tra il 1915 e il 1916 causò 1,5 milioni di morti e Anny Romand, che tra le tante professioni è anche scrittrice, ha scelto di scrivere un romanzo, con la prefazione di Dacia Maraini, che tratta dello sterminio degli armeni: Mia nonna d’Armenia. Si può vivere l’orrore ma anche leggerlo tra le righe di un piccolo diario, come nel caso della Romand che, riordinando alcuni cimeli di famiglia, ha ritrovato uno scritto di sua nonna del 1915.

Ma perché prima vi parlavo di bambini? Perché l’innocenza dell’inconsapevolezza si scontra con la cruda realtà di un gruppo di donne e bambini armeni sulle strade dell’Anatolia, verso la morte. Un po’ diario, un po’ autobiografia, il romanzo in casa La Lepre Edizioni nasce come risposta al bisogno catartico di una tragedia che vuole essere raccontata per non essere dimenticata. I paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno sono 22, tra cui l’Italia, mentre in altri è riconosciuto solo da singoli enti o amministrazioni. 

Secondo lo storico polacco Raphael Lemkin (che ha coniato il termine genocidio) si è trattato del primo episodio in cui uno stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo sterminio di un popolo. Il numero degli armeni morti in questo secondo massacro (altre stragi erano state commesse nel 1890) è controverso. Fonti turche fermano il numero dei morti a duecentomila, mentre quelle armene arrivano a 2,5 milioni. Gli storici stimano che la cifra vari tra i 500mila e due milioni di morti, ma il bilancio di 1,2 milioni è il più diffuso. Dunque, Mia nonna d’Armenia altro non è che il racconto di vite spezzate, di innocenze distrutte dal dolore, di sofferenze soffocate nei silenzi. La Lepre edizioni ha dato voce, qui in Italia, alla morte di una donna che è la morte di tutte le donne dell’epoca, di un genocidio che è tutti i genocidi: perché nella morte non c’è distinzione di etnia, sesso, religione ed epoca.

                                                                                                                                            Carlotta Casolaro

Scrivi una risposta