x

Il sito lalepreedizioni.com utilizza cookies tecnici e consente l’invio di cookies di "terze parti".

Per maggiori informazioni sull’uso dei cookies, cliccare qui INFORMATIVA ESTESA.

Si informa che la prosecuzione della navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso comporta la prestazione del consenso all’uso dei cookie.

la lepre edizioni la lepre edizioni
Ricerca veloce
Facebook
Twitter
YouTube
articoli e recensioni
IL LABIRINTO DEI SARRA
IL LABIRINTO DEI SARRA
Collana: Visioni
ISBN: 978-88-96052-24-2
Pagine: 304
Data di pubblicazione: maggio 2010
 
Il Tolkien mediterraneo
Il Borghese, 01 Agosto 2010
Luigi De Pascalis, scrittore e pittore abruzzese, due volte vincitore al Premio Italia, definito dallo scrittore americano L. Sprague De Camp «un Tolkien mediterraneo», è uno di quegli autori di cui l’Italia deve andar fiera.
Fu tra coloro che debuttarono nella storica rivista Oltre il Cielo alla fine degli anni ‘50. Nel 1967 i suoi racconti furono pubblicati nell’antologia The Fantastic Swordsmen accanto a giganti come lo stesso De Camp, Lord Dunsany, Robert E. Howard (creatore di Conan il barbaro), H. P. Lovecraft (creatore dei «miti di Cthulhu») e M. Moorcock (creatore di Elric di Melnibonè).
Il Labirinto dei Sarra (La Lepre Edizioni, 2010 Roma) è «un romanzo di formazione e di memoria», come l’ha definito il suo stesso autore. Il protagonista vive delle esperienze paragonabili ad un percorso iniziatico.
A seguire il romanzo vero e proprio stanno quattro racconti, che approfondiscono personaggi e avvenimenti già menzionati nel testo principale.
Presentato al Salone del Libro di Torino il 15 maggio scorso, lo scrittore e giornalista Gianfranco de Turris lo colloca nella «narrativa dell’immaginario» sostenendo che: «Se esiste un giallo regionale, ora esiste anche un fantastico regionale. Ambientato in Abruzzo, coglie le radici del luogo attraverso un sottofondo folkloristico. Può indurre altri scrittori a utilizzare una fantasia tutta italiana senza dover ricorrere a clichè stranieri. Un’ottima idea, ben scritta, che pone questo libro fuori dall’ordinario».
È la storia di Alessandro Sarra, un ragazzo che accompagna dei parenti nella vecchia casa di famiglia a Borgo San Rocco, tra la Maiella e il Sangro. Mentre i familiari si spartiscono i beni prima di mettere in vendita la casa, Alessandro cerca le proprie origini. Le cerca nei ricordi dei vecchi zii, nei libri della biblioteca, nelle planimetrie trovate nella casa di caccia del defunto ‘zi Cicco il luparo, disegnate però da zio Andrea scomparso negli anni ‘20 e nella stanza del quale il ragazzo viene alloggiato. Ma la ricerca di Alessandro passa soprattutto attraverso l’amore e la passione per Ambra, una giovane del posto che saprà insegnargli come l’attrazione naturale tra i sessi sia anch’essa mezzo di crescita. La Natura con i suoi odori e i suoi colori, l’unione fisica tra due corpi che si abbeverano alla sorgente dionisiaca dell’eccitazione sono elementi indispensabili per riappropriarsi di un modo di sentire tipico di un mondo che non c’è più. Nelle sue esplorazioni Alessandro incontrerà molti misteri, come quello dell’antenato del ‘500 divenuto un’ombra (l’inquisitore Diodato, il cui dipinto si sposta da solo per la casa), quello del tesoro dei Sarra che si narra per secoli sia stato cercato invano o quello della sala dipinta recante affreschi con i segni zodiacali.
E ancora le cantine e la grotta segreta sono simboli di una catabasi necessaria ad Alessandro per ritrovare sé stesso e per riscoprire che «gli dèi sono l’unico modo che ha l’uomo per non affondare in un perpetuo, fatuo e immemore presente». La discesa nella casa è una discesa nel passato.
Infine Alessandro scoprirà il passaggio sotterraneo che lo condurrà alla grande macina, ormai sprofondata per un terzo nella sabbia. La macina, che richiama quella di Amlodi della leggenda nordica riportata ne Il mulino di Amleto (1969; Adelphi 2006) di G. de Santillana, era il perno attorno cui ruotava l’asse del mondo arcaico, quando uomini e dèi camminavano fianco a fianco. Quando deviò dall’asse, gli dèi iniziarono a morire e il mondo a decadere. La macina è la casa del surixtès, il suonatore di siringa, il satiro Nereus, ultima divinità pagana esistente.
Nereus suona un flauto che evoca immagini e memorie di epoche lontane. Ha vegliato sulla casata dei Sarra per millenni ma ora sta morendo e in Alessandro vede un successore. Si scoprirà che Ambra è sua figlia. Affinché i ricordi delle età passate non muoiano con lui, Nereus narrerà ad Alessandro gli eventi (che compongono i racconti della seconda metà del libro) in cui la casata dei Sarra incrociò la sua strada, forgiando con esso legami indissolubili. Il segreto che si cela sotto casa Sarra è fatto di musica e di ritmo che soli uniscono il cielo e la terra, la vita e la morte.
Ma il romanzo di De Pascalis non può essere spiegato, deve essere letto.
L’autore usa le descrizioni in maniera tale da risvegliare in noi tutti i sensi, in particolare l’olfatto. Ci sembra di sentire il profumo di muschio dei capelli di Ambra ancor prima di associarla alla figura silvestre del satiro, un tempo signore del Bosco delle Camene. Il Labirinto dei Sarra è perciò un libro che parla direttamente ai sensi facilitando la trasmissione di un messaggio che è rivolto all’anima. De Pascalis è un bardo, i suoi racconti mescolano realtà e fantasia.
I suoi ricordi d’infanzia fungono da substrato onirico alla narrazione. La casa è esistita davvero. Nella seconda guerra mondiale i Tedeschi che si erano stabiliti nel palazzo ne fuggirono cacciati da un misterioso prete il cui ritratto, si raccontava nella stessa fami- glia dell’autore, si muoveva per le varie stanze. Nasce allora dalle brume della memoria il racconto L’ombra. Ed è vero che a fine ‘800 vi andarono i briganti e che quando l’autore era piccolo esistevano tagli sulle tele fatti durante la ricerca del tesoro.
Da qui nasce il racconto Il tesoro di Testadiferro, sublime spaccato di vita di briganti e pastori, tutti egualmente poveracci e cresciuti nel timore del monte incantato, la Maiella.
Scato il marso è invece la storia di un tresvir romano, magistrato minore dell’età imperiale, che si imbatte in divinità babilonesi tra cui la dea prostituta Belili e il dio del cielo Anu, «re degli Anunnaki» (così nel Codice di Hammurabi, in M. Eliade, Trattato di Storia delle Religioni - 1949; Bollati Boringhieri, 2008), e che in circostanze eccezionali conoscerà Nereus e assisterà con lui alla fine del mondo arcaico. È da allora che il satiro veglierà sulla discendenza di Scato. L’ultimo racconto, Cielo d’autunno, narra di ‘zi Cicco e di come conobbe il custode della macina, il dio capra che più nessuno adorava, costretto a farsi da sé i sacrifici. L’editore Alessandro Orlandi, parlando del prossimo libro di De Pascalis, ha espresso il parere che letti insieme i due romanzi saranno il «Cent’anni di solitudine» abruzzese. Di sicuro c’è che con De Pascalis la letteratura italiana ha riguadagnato la possibilità di far sognare attraverso la Cultura.
Mauro Scacchi
Scarica il PDF dell'articolo (97 kb)
  Note Legali | Dati Societari La Lepre Edizioni S.r.l. P.IVA 09643191001 Policy Privacy | Informativa Cookie